"... Il movimento esige la cifrematica. Non c’è più da oscillare attorno a un disagio supposto mentale. La scienza è della parola, anziché del discorso come tale, anziché del discorso della padronanza. Il viaggio intellettuale attiene al processo stesso di qualificazione. Da ciascun aspetto del viaggio noi non possiamo togliere l’istanza del valore. ..."
(Il capitale della vita, riga 18).
"... Freud, con la sua formazione, la sua fantasmatica, i suoi pregiudizi, ma, anche, con la sua apertura, con una certa apertura intellettuale, ha ripreso, a suo modo, qualcosa che nel rinascimento era essenziale: l’oralità. La conversazione. Non l’ha proprio formulata così, ma nelle scienze, sorte lungo il filo del rinascimento — logica matematica, aritmetica, filosofia del linguaggio, semantica, semiotica, astrofisica, alcune cose della medicina — taluni elementi si sottraggono al discorso occidentale e, quindi, a quella che è sorta come alternativa all’oralità. Ma è con la cifrematica che l’oralità moderna s’instaura. ..."
(Il capitale della vita, riga 850).
"... Il dispositivo della conversazione diviene dispositivo della narrazione e questo trova il suo frutto nel ritratto, nella scrittura dell’esperienza. Il dispositivo esige il gerundio. Ma, qui, “cifrematica” non ha nessuna parentela con parole cosiddette composte, come informatica. Automazione, automa: nulla di automatico, nulla di naturale. È questa la restituzione in qualità, quella cui accenna Machiavelli: la restituzione in capitale. Questa la capitalizzazione della memoria, con la lettura. La lettura è laica. La parola è laica. Non c’è parola sacrale. Il sacro è la parola: nessuna parola sulla parola, come richiederebbe la sacralità. Nessun quadro ontologico della vita, nessuna idea di padronanza, che passi attraverso il discorso scientifico, per confermare la trattabilità della vita. La lettura laica discende dal dispositivo del valore e esige l’istanza stessa del valore. L’accezione teocratica di “laico” dice: “Fra maestro e allievo, io sarò sempre l’allievo. E, per dimostrare di differenziarmi dal maestro, devo fare di testa mia e devo sempre dare prova che non ho seguito il maestro”. Questo è un invischiamento naturalistico, senza riuscita. Porta al cretinismo, perché crede che il dispositivo sia relazionale e — differenziandosi dal maestro o ritagliandosi la vita o la scena, sociale e civile, in autonomia dal maestro — in effetti, conferma, consacra il dispositivo relazionale e il maestro come maestro. Nel rapporto sociale. Addirittura, toglie l’intervento al maestro e dà, dell’opera del maestro, un’accezione dottrinale, compatta e conforme. Ne fa un sistema, da cui vuole e non vuole stare lontano. ..."
(Il capitale della vita, riga 934).
"... La cifrematica è la scienza della vita. La vita. O la parola: originaria, leggera, arbitraria, libera, integra, inassoggettabile, indominabile. Tale scienza resta inaudita come inudibile. Altra la logica, altra la medicina, altra l’aritmetica. Altra la cifratica. Altra la procedura. E mai, prima, né era né è stata l’esperienza. La stessa definizione risulta tanto impropria quanto impossibile: se nulla finisce, né nel labirinto né nel paradiso, niente definizione. Noi analizziamo quella che è stata chiamata la definizione, che è stata chiamata così nel discorso occidentale, e troviamo la struttura: in questo senso definizione per distrazione, con la sintassi e con la metafora; definizione per sottrazione, con la frase e con la metonimia; definizione per astrazione con il pragma e con la catacresi. La memoria è scambiata, da Ippocrate e da Platone — fino all’ideologia della genetica — con l’ereditarietà e con il ritorno all’origine e, comunque, con l’idea di origine. Fra la nobile menzogna di Platone, la presunzione di appartenenza all’origine, alla parentela, alla classe, e l’ereditarietà, l’ideologia della genetica, è la stessa dottrina della predestinazione. Gli umani stanno in una prigione e devono ritornare all’origine. Soltanto lì non ci sarà più prigione, quindi l’idea di origine è l’idea stessa di padronanza. ..."
(Il capitale della vita, riga 1155).
"... Ancora Niccolò Machiavelli: “Può la disciplina nella guerra più che il furore”. E aggiunge: “Meglio è vincere il nimico con la fame che col ferro, nella vittoria del quale può molto più la fortuna che la virtù”. E che cosa “suggerisce” Castruccio al giovane Paolo Guinigi? “Non dei pertanto sperare in alcuna cosa fuora che nella tua industria e nella memoria della virtù mia e nella reputazione che ti arreca la presente vittoria”. L’arbitrarietà è virtù del principio della parola. L’arbitrarietà è senza mistero. L’atto è arbitrario, l’istante è arbitrario. Nessun istante è senza battaglia e, per altro, la sorte che possa fondare l’avvenimento e l’evento è supposta senza ironia. Per ciò, che cosa possiamo chiamare l’indifferenza in materia di riuscita? La teleologia della riuscita, quindi l’indifferenza, è questa: ciò che si rappresenta quando il fare è subordinato alla volontà e alle modalità del fare. Si è discusso, per tutto il ventesimo secolo, chi sia l’intellettuale, come se dovesse occupare un posto, una posizione, uno scanno o significare un’epoca e offrire il modello di rappresentazione di sé e dell’Altro, dello stato e della repubblica, e, quindi, posizione e opposizione, oppure schieramento, allineamento, oppure il ruolo sociale, il ruolo profetico. Ma profeta è il sembiante. La profezia è provocazione. E il sembiante non può essere assunto. Soltanto la cifrematica distoglie l’intellettuale da ogni categoria professionale e sociale e da ogni prospettiva apocalittica o messianica, che lo raffiguravano ora organico ora impegnato. La questione è quella del dispositivo intellettuale, del dispositivo cifrematico. Non ci sono precedenti del dispositivo cifrematico. ..."
(Il capitale della vita, riga 1168).
"... Perché non facciamo il McDonald’s della cifrematica? O l’Autogrill? Propagando, diffondendo e distribuendo la cifrematica come sali e tabacchi? Come il sale della terra e come la nuova droga? Potrebbe essere questo il modo d’intendere la globalizzazione. Negli anni settanta e ottanta, una provocazione planetaria, con adesioni, coinvolgimenti nell’intero pianeta, poi una lunga elaborazione e ora, finalmente, la Coca-Cola universale: nel senso che chi la beve sa, gode, gioisce, tocca la felicità e si salva. Quanti sarebbero pronti! Altro che New Age! Altro che mostrare l’ombelico o il fondo schiena o altri fondi. Sarebbe una grande compagnia. E anche questa fantasmagoria materna, la chiamiamo indifferenza in materia di riuscita. La cifrematica non si presta a diventare una visione del mondo e nemmeno a supportare una morale sociale comune. E la sua famiglia non è la famiglia universale. ..."
(Il capitale della vita, riga 1173).
"... La ricerca e l’impresa inaugurano il progetto e il programma, perché procedono dal diagramma, secondo la triade, funzionale, dimensionale, operazionale, stigmatica. Il progetto, il programma, l’operatore. I risultati sono narrativi. Il libro rientra nel testo e nel film. Dalla fiaba alla saga. Ma la fiaba, la fabula, la saga sembrano alludere, nel luogo comune, a qualcosa di popolare e di nazionalpopolare, sembrano accennare alla presunta novella dei popoli , al sacrale, abolendo il sacro. La fiaba, la favola, la saga: il dire non è personale né popolare né individuale né nazionale. Nessun risultato senza narrazione, senza che la ricerca e l’impresa si scrivano e, così, si qualifichino. Il compimento: la legge, l’etica, la clinica. E rispetto alla comunicazione diplomatica, che è la comunicazione nella cifrematica, la lettura, nella comunicazione sintattica, nella comunicazione frastica e nella comunicazione diplomatica, si avvale della legge, dell’etica e della clinica. ..."
(Il capitale della vita, riga 1199).
"... La cifrematica deve raggiungere l’esemplarità? Deve partecipare alla globalizzazione, dissipando la comunicazione e la divulgazione? Deve offrire lo strumento per vedere l’avvenire, per prevenire le tempeste? Deve tramutare la memoria nel significabile, quindi anche nel codificabile e nel decidibile? Deve dare, a ognuno e in ogni momento, il suo lotto, inteso come porzione dell’a??n, ciò che sempre è? L’eternità non è l’a??n. La visione ontologica distingue tra l’a??n e la durata, ma l’infinito e l’eternità non appartengono a questa visione. ..."
(Il capitale della vita, riga 1203).
"... Bisogna vendere la cifrematica come si vendono i sali e i tabacchi? Bisogna che la vendita sia scontata? Sembra che scontata sia sicura? No, la vendita scontata è la vendita naturale, convenzionale, così come la sua comunicazione. E si avvale della tariffa. La tariffa salva la città tanatologica, le professioni, le confessioni, le categorie, le corporazioni. Che ne sarebbe di una corporazione senza tariffa? E che cos’è la tariffa? È il prezzo convenzionale. Può oscillare tra un minimo e un massimo e stabilire se la partecipazione al paradiso sia quella a un paradiso grande o a un paradiso piccolo, come se piccolo e grande avessero un senso, a proposito del paradiso. La tariffa è senza valutazione, è senza giudizio, si attaglia all’a??n. Con la tariffa, la congettura diventa la gamma dell’accettabile e dell’accettato: e la comunità si rende come il colmo dell’economia sessuale, altro nome dell’economia politica. ..."
(Il capitale della vita, riga 1204).
"... La cifrematica ha la sua rivoluzione e il suo dispositivo rivoluzionario. La rivoluzione indica questa tensione delle cose verso il capitale, indica come fare capitale, come la memoria si valorizza. Il prodotto universale sarebbe il prodotto convenzionale, naturale, significabile e significato, sarebbe il prodotto farmacologico, semiologico, l’abito indossabile, la vita commestibile, il mondo assumibile e consumabile e, quindi, sì, la sostanza per ognuno, la droga universale, il successo dei successi, il successo della morte. La congettura è la congettura di questo successo. ..."
(Il capitale della vita, riga 1205).
"... L’esercizio cifrematico: come, quando, dove, perché si tiene e si compie? La conversazione, la narrazione, la lettura. La fiaba, la favola, la saga. Dispositivi, più che stati della lingua. Con chi, l’esercizio cifrematico? Quali sono i confini? È curioso che ci sia questo fantasma del confine, tanto da potere dire: qui è esperienza e lì non è esperienza, qui è l’intervento, là nessun intervento, qui lo statuto intellettuale e lì no, come se l’intellettualità dovesse esercitarsi in una spazializzazione della parola. Il fantasma dello studium è la cosa più comune. Ciascuna fase dell’esperienza viene colta come altra e come negazione della precedente, a favore di questo fantasma dello studium, di una delimitazione del terreno, una conversione del terreno in territorio, come se ci fosse un territorio della cifrematica, poi, invece, anche questo territorio rinnegato, a vantaggio di un’estensione della cifrematica. ..."
(Il capitale della vita, riga 1207).
"... Abbiamo discusso, un tempo, della distinzione fra l’intensione e l’estensione e, parodiando, abbiamo avuto modo di enunciare che l’intensione è l’effetto di senso e l’estensione, non solo non richiede la spazializzazione dell’intervallo, ma è proprio l’effetto del tempo come effetto pragmatico, l’evento. Lo studium viene imbastito per paura dell’evento e anche il fantasma dello studium dà un concetto d’interlocutore che obbliga, delimita, confina l’interlocutore, gli dà un abito. L’interlocutore è colui che sia coinvolto nello studium. È lo schema pontificale o magistrale sacrale, quello, ancora una volta, dello statuto sociale. La cifrematica non è una dottrina. Non è una disciplina, che possa essere esercitata nello studium, quindi nel territorio della parola, per paura dell’humanitas, del terreno dell’Altro e dell’evento, dell’effetto del tempo. ..."
(Il capitale della vita, riga 1208).
"... Se l’accento è posto sul discorso come tale, sul discorso dell’analista, sul discorso dell’isterica, sul discorso dell’università, sul discorso del padrone, il risultato è il territorio. Non c’è territorio della cifrematica, non ci sono confini dell’esperienza, come esperienza originaria, non c’è elemento, nella parola, che non sia intellettuale. Lungo questi trentatré anni, qualche allievo affezionato — e ogni allievo affezionato si disaffeziona —, in effetti, si affeziona a un’immagine della realtà, trascurando proprio la realtà dell’immagine: a un’immagine della realtà, su cui è già compiuta l’iconoclastia, un’immagine di una realtà epurata, e diventa laudator temporis acti, colui che loda il tempo, come se fosse passato. E quindi: com’era bello, quando noi eravamo noi, quando non c’erano altri. Oppure, quando noi eravamo noi e, fra questi noi, c’erano coloro che non ci sono, ma è importante che non c’erano altri. Con chi fa la cifrematica? Con il contabile? Con il ragioniere? Con il lavapiatti? Con la governante? Con la cameriera? Con il cuoco, con lo chef, con il maître d’hotel, con la cameriera, con il fiscalista? Con il direttore generale della banca? Eh, no! Questi sono tutti fuori dal territorio, fuori dallo studium, oltre i confini. E pensare che, se fosse rimasto nel territorio, che successo ormai avrebbe! Perché è chiaro che, se volesse, potrebbe. Potrebbe pubblicare mille libri e venderne duemila, potrebbe disporre di cinquantaquattro camere e occuparne centoventi. E così via, non discorrendo. Restando nel territorio, si può davvero impiantare una cosmologia e quindi, diffondere, coinvolgere, con una sana e benefica influenza, la moltitudine composta e distribuire, per la moltitudine composta e per ognuno, che stia nella moltitudine composta, la vera Coca-Cola universale. ..."
(Il capitale della vita, riga 1221).
"... È una convenzione che questi quattordici libri abbiano come titolo Metafisica. Ciò che Aristotele ha scritto per l’edizione è sparito, si è volatilizzato. Sono rimasti frammenti delle sue lezioni, tratti a seconda del tema, e accostati fra loro in modo da costituire altrettanti libri con, addirittura, un titolo a opera di Andronico di Rodi, I sec. a.C. Sembra, tuttavia, che il titolo Metafisica sia anteriore, che non sia di Aristotele tå metå tå fusikã: le cose che stanno, che sono dopo, sopra, al di là della fisica. Metå non è per forza oltre. Sarebbe di grande interesse se fosse oltre: senza più la fisica. Per Aristotele, la fisica non è un teorema, come lo è per la cifrematica. Anche la metafisica è un teorema: non c’è più fisica, non c’è più metafisica: metå tå fusikã. Ma questo metå conduce, per alcuni, verso la trascendenza, per altri, verso l’immanenza. È una lettura, quella di questi frammenti di Aristotele, di notevole interesse, ma è impossibile leggerli nella versione, che anche studiosi preparati hanno potuto allestire. Queste versioni sono nel canone, sono consacrate nel canone. Ma, anche se Aristotele getta le basi del canone occidentale, la lettura del suo testo può, invece, sfatare il canone. Il discorso di Aristotele, che diventa poi il canone occidentale, trova appiglio in questi frammenti, trova le basi, ma fa blocco, poi, producendo tutta una mentalità, con implicazioni enormi. Egli blocca quella che si chiamava filosofia prima di Platone e che, in qualche modo, anche in molte pagine di Platone, può chiamarsi così. ..."
(Il capitale della vita, riga 1229).
"... La cifrematica è la scienza del secondo rinascimento, la scienza della parola. “Vita di scienza” è inattribuibile al soggetto, non è nella scienza predicativa. Non è l’episteme, la logica predicativa, che è la logica razzista, la logica intollerante. Intolleranza verso la parola, le sue dimensioni, le sue funzioni, le sue operazioni, le sue distinzioni, intolleranza verso la sua apertura. Solo in una prospettiva fatalista, solo nel fatalismo può affermarsi l’homo faber fortunae suae. ..."
(Il capitale della vita, riga 1246).
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